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Città di Sorrento
Lavinia Fontana: da donna virtuosa a pittrice affermata del tardo manierismo PDF Stampa E-mail
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Venerdì 09 Maggio 2014 08:04
 
di Anna Gentile - “Nacque Lavinia Fontana nella città di Bologna l’anno 1552 di Prospero di Silvio Fontana pittore d’assai spedito pennello […]. Questi dunque avendo scorto nella persona di Lavinia ancora di tenera età gran genio alla pittura, volle, che ella in tutto e per tutto disapplicando dagli umili esercizi, ai quali per lo più fino dagli anni più verdi vien condannato quel sesso, si desse agli studi del disegno, nei quali fece tal profitto, che diventa eccellente pittrice, ricca d’ applausi e di nome si mantenne in patria […]”. E’ proprio con questa sua  prosa  moderna che Filippo Baldinucci ci pennella in modo incredibile la figura di Lavinia Fontana,  la sua iniziazione all’arte e il suo successo. Gli umili servizi ai quali, come donna,  sarebbe dovuta essere condannata, le vennero risparmiati dal padre che, assecondando l’inclinazione della figlia, fece in modo di ottenere da Lavinia il massimo del guadagno e di tenerla, anche da adulta e maritata, accanto a sé come fonte principale del suo sostentamento. Lavinia, infatti, attinse  nella bottega paterna le tecniche e le arti che la portarono a diventare una delle affermate pittrici italiane del tardo manierismo. Fu proprio lì, pertanto, che venne a contatto con illustri personaggi, non solo della nobiltà (in quanto committenti), ma anche del mondo artistico.  Agli insegnamenti paterni, ben presto si affiancarono” le esperienze pittoriche emiliane, venete, lombarde ( Sofonisba Anguissola) e toscane”.  Ma è sempre dal padre (che aprì a Bologna una scuola che si rivelerà, poi, importante per gli sviluppi della pittura emiliana cinquecentesca), che eredita l’arte del ritratto. Prospero Fontana, non a caso, proprio come ritrattista, infatti, lavorò alle dipendenze del pontefice Giulio III prima, diventando uno dei suoi pittori prediletti, e dei tre successivi poi. Grande influenza esercitarono, inoltre, su di lei  i coetanei (di poco più giovani) Carracci alle cui innovazioni fu molto attenta, anche se li superò, quanto a scuola di pensiero, imponendosi come artista professionista, in un ambito esclusivamente maschile, ed andando oltre la tradizione tardo manieristica. Ludovico, Agostino e Annibale,infatti, nonostante si fossero formati presso la scuola di Prospero Fontana, lo misero successivamente  in ombra.  Fu grazie al padre,però, che la giovane si confrontò con la più matura tradizione rinascimentale. Un’artista, dunque,  venuta fuori anche attraverso il confronto “ con s. Caterina de’ Vigri, con Properzia de’ Rossi, con la S. Cecilia in estasi, dipinta da Raffaello: tutti modelli “alti” di creatività femminile”. Di fondamentale importanza anche i contatti frequenti con le accademie letterarie, non ultima quella “dei Confusi, che divulgava l’opera di Torquato Tasso”. E, a tal proposito, l’interesse verso l’autore sorrentino è mostrato anche nella Giuditta e Oloferne che rivivono proprio in quanto “donne virtuose” del Tasso. Una passione, quella della pittura, che la figlia d’arte non abbandonerà neppure quando, a venticinque anni, il pittore Giovan Paolo Zappi la chiederà in sposa, se è vero che la  stessa Lavinia accetterà a patto di poter continuare a dipingere. Una situazione non proprio naturale, per quei tempi, dove la donna rivestiva un ruolo di inferiorità rispetto all’uomo, ma anche una situazione che va a rompere, in un certo senso quella che era la “routine quotidiana”: lo sposo, in questo caso Zappi, rinuncia a lavorare in proprio per diventare assistente della moglie. “Le sue prime opere”, come ci precisa la prof.ssa Maglio, “sono ritratti di personaggi di tre quarti davanti a ampie scene prospettiche, seguendo l’impostazione paterna”. La sua prima commissione pubblica è datata al 1584 ed arriva proprio grazie alla famiglia del marito: una pala d’altare per la cappella del Palazzo Comunale di Imola che rappresenta “l’Assunzione della Vergine con San Cassiano e San Pietro Crisologo”.  Suo suocero faceva parte del Consiglio Comunale e questo, ovviamente, fu decisivo per una commissione così importante data ad una pittrice donna di soli trentadue anni. “Il più importante successo che Lavinia raggiunse a Bologna”, come precisa l’esperta prof.ssa Maglio, “fu il dipinto con l’Assunzione della Vergine per una cappella del cardinale Paleotti nella cattedrale di San Petronio nel 1593, ovvero la commissione più importante di quel periodo  in città”.I suoi autoritratti seguono invece i dettami de il Cortegiano del Castiglione come già abbiamo visto in Sofonisba Anguissola: l’immagine di una donna onesta e onorata, moglie e madre, istruita alla luce del sapere umanistico, che si dedica alla pittura, alla musica. Lavinia ,che nei ritratti cercò di sondare la psicologia dei personaggi  studiandone molto bene la fisionomia,  si impone soprattutto nel panorama artistico bolognese, facendosi notare per “l’accuratezza dei particolari nelle figure femminili”,venendo scelta “ dalle gentildonne del tempo, da Laudomia Gozzadini, a Costanza Alidosi, da Isabella Ruini a Costanza Sforza Boncompagni, nuora di Gregorio XIII”. La Fontana, però, è bene precisare che non fu solo la ritrattista della nobiltà neofeudale, ma  fu anche ricercata da eruditi ed ecclesiastici, come dal frate Francesco Panigarola, il predicatore più influente del tempo. Richiesta, dunque, tanto dalle signore aristocratiche, quanto da illustri personaggi dell’epoca, tra cui l’ambasciatore persiano e il papa Paolo V, la Fontana dedicò le sue energie proprio alla ritrattistica.  Da non tralasciare, a tal proposito, non solo il suo primo Autoritratto, risalente al 1577, ma anche quello che realizzò due anni dopo , dove al suo cognome, aggiunge quello del marito.  Eseguì anche un ritratto molto particolare, quello  di Antonietta Gonzalesche,che rappresenta una manifestazione del fascino dello strano e del selvaggio subito dalla società europea fino a tutto l’800. La ragazzina era la figlia di Pedro Gonzales, un indigeno delle Canarie, che era affetto da una forma ereditaria rarissima di ipertricosi. Venne donato come animale esotico al re di Francia ed educato a corte, dove si sposò. Entrambi i figli ereditarono questa malattia così raccapricciante. Anche Agostino Carracci ne aveva fatto il tema di un dipinto. Nel primo autoritratto, caratteristico “topos della donna artista”,  la giovane Fontana  “si effigia all’interno di una stanza, mentre suona la spinetta, aiutata dallo zelo premuroso della fantesca che regge lo spartito musicale. Sul fondo, davanti alla finestra, si erge il cavalletto, emblema della pittura. Nella costruzione della sua prima immagine pubblica, documento importante per la questione della coscienza del sé di un’artista donna del secondo Cinquecento, la F. reinventa modelli della cremonese Sofonisba Anguissola, coltiva il mito delle artiste antiche”. Il secondo, invece, richiesto dal domenicano spagnolo  “Alfonso Chacón,  personaggio di rilievo nella Roma di Gregorio XIII,  e destinato ad una raccolta iconografica di celebrità, dalla quale si progettava di trarre un’edizione a stampa,  la pittrice “si rappresenta nello studio gremito di anticaglie, mentre disegna”. Tutt’altro che monotematica, nella sua vasta produzione ci si imbatte in soggetti non solo biblici, ma anche mitologici e sacri. Dal 1580 Lavinia ampliò i suoi temi  base  dedicandosi anche a soggetti religiosi .Le sue opere devote,che immortalano  immagini storiografiche o sacre,sono invariabilmente ricche di particolari immaginifici. Un fondamentale esempio del suo talento si può vedere nel corridoio della sala dei Cinquecento(stanza 33 degli Uffizi), con il “Noli me tangereo Gesù appare a Maria e Maddalena”,creato nel 1581:si tratta della  prima opera di una pittrice destinata ad essere esposta nel Museo fiorentino ed è uno dei pochi lavori su questo tema in cui la figura  femminile domina la tela.  “Ma è soprattutto nelle opere religiose”, come asserisce la prof.ssa Maglio, “che la pittrice bolognese espone il tentativo di debordare dagli stretti argini dell’alveo controriformista, innestando già nella sacra conversazione della Madonna con Bambino e i santi Giuseppe, Caterina d’Alessandria, Giovannino, preparata nel periodo esordiente 1570-75, un clima di intimi passaggi informali alimentato in virtù degli scambi affettivi mobilitati nel vissuto della rete familiare. Un’ atmosfera questa che sarà restituita poi nel “Cristo coi simboli della passione “di El Paso, datato al ’76, con l’adozione di un linguaggio intriso di partecipe flusso emotivo, riverberato dagli angeli chiamati a sorreggere il corpo ormai esanime del Gesù deposto dalla croce, ove il distacco con la didascalica “oggettività” del racconto iconografico predicata dal codice romano, e in sede felsinea dal mandato paleottiano accolto da artisti come Bartolomeo Cesi, Tommaso Laureti, Cesare Aretusi o Camillo Procaccini, traduce un recupero della contigua lezione emiliana di Correggio e Parmigianino, trasmessa negli sguardi di tenerezza e nella garbata gestualità manieristica annessa alle cadenze dei messaggeri celesti, insieme a quell’allungamento con torsione serpentina del redentore estratto da elementi toscani ascrivibili a Pontormo. L’ipoteca della cultura controriformista graverà con alterno vigore nelle realizzazioni di Lavinia, arrecando l’esplicitazione di una giacenza formativa “istintivamente” riflessa, per adattarsi talora alle prosaiche necessità di soddisfare la committenza con un linguaggio facilmente accettabile. Ottenne spesso commissioni per  dipinti di matrice mitologica o biblica, che risultano carichi di vibranti effetti drammatici e filamenti di luce inondati nel buio come sulla veste della “ Giuditta e Oloferne”, conservata nell’oratorio di San Pellegrino a Bologna, evidentemente “rapita” durante l’esecuzione del suo atto di giustizia dall’estasi mistica inscritta in quello sguardo “soavemente” rivolto al cielo. Molte commissioni  inclusero anche nudi femminili. Nonostante queste commissioni fossero inusuali, in quel tempo, per un’artista donna, la Fontana produsse non meno di dodici opere di questa tipologia”. Anche se vi è una scarsa documentazione a riguardo, si può supporre che la pittrice, mentre viveva a Roma, sia potuta essere un modello  per Artemisia Gentileschi, che aveva 10 anni  nel 1603quando l’artista bolognese si trasferì nella città eterna. E’ interessante notare che il primo lavoro di Artemisia, in cui veniva raffigurato un nudo,”Susanna e i vecchioni”,fu creato nel 16010. Il successo vero, nonostante la sua riluttanza, lo assaporò proprio a Roma, con il papa Gregorio XIII.  Fu sotto la protezione dell’alto prelato che l’artista tardo manierista si conquistò l’appellativo di “Pontificia Pittrice” eseguendo molti lavori “ per l’entourage della corte papale (nobiltà romana e rappresentanze diplomatiche)”. Una donna attiva su due fronti,quello domestico e quello artistico, non sempre facilmente conciliabili, ma a cui si dedicò ugualmente con altrettanto interesse senza venire mai meno a nessuno dei due compiti. Su richiesta di Clemente, ha eseguito il suo più famoso lavoro pubblico, una pala di 20 metri intitolato “La lapidazione di Santo Stefano Martire”,che raffigura il pathos del primo cristiano a morire per la fede. La pala d’altare ha ornato uno dei sette centri di pellegrinaggio di Roma, la chiesa di San Paolo Fuori le Mura, fino a quando l’edificio fu consumato dal fuoco nel 1823 e il quadro andò perduto. Non la fermarono né le critiche all’opera a causa delle sproporzioni tra le figure, né la grande mole di lavoro per la sede papale che doveva essere conciliata con la storia di una donna che aveva pur sempre dato alla luce undici figli, otto dei quali morti prematuramente. Nel 1611 lo scultore Felice Casoni realizzò un medaglione di bronzo con l’effigie della Fontana per onorarla del suo contributo alle arti. La medaglia immortala il volto sul recto alla maniera “classica”, mentre al verso  è affidata una prorompente effigie dell’artista coi capelli al vento, assorta al cavalletto in ipnotica trance creativa; inoltre ,a riconoscimento  del fatto che fu la prima donna cui era stata commissionata un’opera pubblica,fu eletta tra gli accademici di San Luca a Roma. Nell’ultimo decennio della sua attività romana, l’artista si cimenterà in una produzione ritrattistica tuttora scarsamente documentata, ma comunque ancorata a cadenze di retaggio rinascimentale ipotecate da orientamenti recalcitranti a recepire o aggiornarsi sui versanti estranei delle atmosfere barocche apparse nel nuovo orizzonte creativo, parimenti indirizzando la sua vita privata verso un coinvolgimento religioso di progressiva spiritualità, che argomenterà nel 1613 la decisione di entrare insieme al marito presso la locale Figliolanza dei Padri Cappuccini,dove morirà nell’agosto del 1614.
 
 
FESTA DELLA MAMMA 2014 IN PENISOLA SORRENTINA CON DONNE E SUD PDF Stampa E-mail
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Venerdì 09 Maggio 2014 07:52
Sarà una festa corale, nelle intenzioni dei promotori, Le Muse entertaiment di Marzia Flaminia Illiano con la collaborazione del dottor Carlo Alfaro, il concerto-spettacolo di sabato 10 maggio alle 20,30 presso la Chiesa di San Giuseppe a Sant’Agnello, che ha unito gli Assessorati alle pari opportunità di quattro Comuni della Penisola sorrentina, Sorrento, Sant’Agnello, Piano di Sorrento e Meta, per un evento ad ingresso libero che vuole onorare le donne e le mamme del nostro territorio. La voci di Myriam Lattanzio e Massimo Ferrante con le percussioni di Francesco Manna, e gli attori di Teatri di seta, Serena Lauro, Marina Cavaliere, Cecilia Lupoli, con la regia di Pina di Gennaro, animeranno una magica kermesse, un viaggio tra musica e parole. Racconti di donne e mamme, storie di coraggio e di vita. Racconti di un mondo ai margini, spesso segnato da sofferenza, violenza, solitudine. Dove però la forza e la dignità prendono il sopravvento sulla desolazione, dove il riscatto e più forte della prevaricazione, dove tocca alle donne il compito di ribellarsi, rompere gli schemi, fare la storia del Sud. Perché i Sindaci dei quattro Comuni partecipanti con questo spettacolo intendono far propria la massima di William Ross Wallace: “la mano che fa dondolare la culla è la mano che regge il mondo”.
 
“E pprete ‘e casa mia” di Giovanni D’Amiano alla libreria inMondadori a Piano di Sorrento PDF Stampa E-mail
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Venerdì 09 Maggio 2014 07:50
Sorrento – Sarà Carlo Alfaro, noto pediatra appassionato di divulgazione culturale, a presentare alla Libreria Inmondadori a Piano di Sorrento “E pprete ‘e casa mia”, il bellissimo libro di Giovanni D’Amiano di versi in napoletano dedicati alla civiltà contadina. Il testo consta di 293 poesie su tradizioni, costumi e cultura contadina, in omaggio a valori e cultura fondanti della nostra civiltà. L’autore considera infatti la conservazione e il recupero delle nostre radici culturali, in quanto memoria storica e “vangelo”, un obbligo morale, prima che culturale. Il libro rappresenta un racconto di vita vera, in gran parte autobiografica, vuoi per esperienza diretta vuoi per esperienza attraverso familiari, parenti e conoscenti contadini. L’opera comprende 4 sezioni:1) La mia vita in campagna; 2) La vita di campagna;3)La cucina contadina;4) Mestieri e usanze contadini. Le poesie sono in dialetto napoletano rurale con, a pié di pagina, la traduzione letterale in lingua.Il volume comprende, in premessa, le scelte grafiche e sintattiche adottate, e un ampio glossario dei termini usati in campagna.

Particolare la storia di vita di questo autore, che, nato a Volla nel 1936, da famiglia di contadini, ha iniziato la scuola a 10 anni, avendo dovuto vincere la resistenza dei genitori che reclamavano braccia per la campagna. Di questa origine contadina è rimasta traccia fortissima nella sua memoria e formazione. Grande amante dello studio, ha conseguito la maturità classica a Madonna dell’Arco, la laurea in Medicina a Napoli e la specializzazione in Pediatria a Firenze, in Puericoltura a Roma, Neonatologia a Pisa. Praticamente, una formazione professionale che ha abbracciato la Pediatria di tutt’Italia. E’ stato Pediatra ospedaliero per tutta la sua lunga carriera, prima al Cardarelli, poi al Maresca di Torre del Greco, pervenendo al ruolo di Primario di Neonatalogia. Abita a Torre del Greco, con la seconda moglie, Marisa Coccia. Dal precedente matrimonio ha avuto due figli: Stefano, che vive a Manhattan, e Valeria, che vive a Capri, e ha due nipoti: Alessandro e Paola. La sua “famiglia allargata” si completa col figlio acquisito da Marisa: Lao, sposato con Tiziana, un figlio Michele. Pensionato,Giovanni si è dedicato a tempo pieno alla poesia e alla pittura, da sempre coltivate.

Anche apprezzato pittore, che ha esposto in molte mostre personali e collettive, vincendo il premio nazionale di medico pittore, nel 1956, D’Amiano è essenzialmente un poeta, che ha pubblicato diversi libri di liriche:”Più del pane alla bocca”,1981;”N’anticchia ‘e Napule”, antologia con altri 4 poeti in vernacolo napoletano,1997;”Occhi arrossati” 1997;”Un’ombra lunga” (poemetto sull’aborto), 2005;”L’anguria” (poemetto sull cocomero, frutto “mitico” della sua infanzia contadina);infine, “E pprete ‘e casa mia”, considerato dai critici il suo capolavoro.

Attivissimo nel campo socio-culturale, l’autore ha partecipato a numerosi premi, vincendone diversi, ed è sempre presente e partecipe con letture di sue poesie a molti reading. Socio di diverse Associazioni Culturali, è anche tra i fondatori dell’Associazione “Torregreco”, impegnata a promuovere il Premio Nazionale di Narrativa per un libro di esordio, intitolato: “Nati2volte” ( alla sua 4° edizione). Il premio ha la finalità di avvicinare i ragazzi alla lettura e al libro: infatti coinvolge gli studenti dei licei di molti Comuni del territorio vesuviano. Organizza letture di versi nelle scuole e in altri luoghi pubblici: ospedali, associazioni, circoli, coinvolgendo poeti in vernacolo o in lingua, dilettanti o storicizzati, e invitando gli studenti a cimentarsi nella poesia.

Un incontro con l’autore dunque imperdibile per tutti gli amanti della cultura, dell’arte, di Napoli, della vita.

 
L’ARCHIVIO STORICO DELL’ISTITUTO SS. TRNITÀ E PARADISO DI VICO EQUENSE PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Venerdì 09 Maggio 2014 07:43

Nell’ ambito dell’azione che il consiglio di amministrazione   va realizzando allo scopo di salvaguardare e valorizzare i beni culturali materiali ancora in possesso dell’Istituto SS. Trinità, dopo le ruberie e i vandalismi passati, il presidente prof. Vincenzo Esposito ha ricevuto la visita del dott. Battaglia, ispettore della Sovrintendenza Archivistica di Napoli. A lui è stato mostrato lo stato raggiunto per il recupero della documentazione risalente al 1676 e sono state consegnate le copie fotografiche dei manoscritti (oltre un migliaio) e le immagini dello stato dei luoghi realizzate personalmente dal presidente con mezzi personali, la deliberazione con la quale è stato costituito l’archivio, la relazione richiesta e data gratuitamente dalla dott.ssa Marianna Orazzo, Paleografo Archivista. E’ stato illustrato anche il piano in atto per la costituzione ufficiale dell’Archivio. Il dott. Battaglia, preso atto della situazione, ha dato disposizioni e suggerimenti per la messa in funzione dell’archivio e ha assicurato che personalmente guiderà il recupero della documentazione e la sua catalogazione. Ha raccomandato il recupero degli arredi e materiale della cappella di proprietà dell’Ente, consegnati al Parroco di S. Ciro nel 2002. Se ci saranno volontari disposti alla collaborazione, considerato che l’Istituto è privo di risorse finanziarie, egli si offre di istruirli e guidarli.

Questo comunicato della segreteria dell’Istituto non è soltanto per informazione al pubblico. Vuole essere un pubblico ringraziamento alla dott. Marianna Orazzo e all’ispettore dott. Battaglia e un appello ai giovani  che vogliono collaborare per rendere consultabile il prezioso materiale storico esistente nell’Istituto SS. Trinità.

 


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